L’apnea è uno sport pericoloso? Rischi reali e come si evitano

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L’apnea è uno sport pericoloso? Rischi reali e come si evitano

Quando dici “apnea” a qualcuno che non la pratica, la reazione oscilla tra due estremi: “che bello, che pace” e “ma sei matto, è pericolosissimo”. Hanno ragione entrambi, e nessuno dei due.

In questo articolo mettiamo in fila i rischi veri, i numeri veri, legati a sportivi durante le gare e amatori che si immergono per conto proprio, e vediamo cosa li separa.

Lista dei contenuti

In breve

Il pericolo principale dell’apnea è la perdita di coscienza per mancanza di ossigeno (blackout): in acqua, se nessuno interviene, porta all’annegamento. Nelle gare, dove ogni atleta è seguito da una squadra di sicurezza, il blackout riguarda circa il 3% delle prove e nei dati analizzati non risultano incidenti mortali. Fuori dalle gare il quadro cambia: il DAN registra in media 52 morti l’anno nel mondo, soprattutto tra chi pesca o raccoglie in apnea da solo, e una quota sorprendente di incidenti avviene in piscina dopo l’iperventilazione. Con un corso, un compagno che ti guarda e un respiro normale prima del tuffo, l’apnea diventa un’attività a rischio gestibile.

L’apnea è uno sport pericoloso?

L’apnea è pericolosa quando si pratica da soli o senza un minimo di formazione. Con un compagno preparato e poche regole di base diventa un’attività ricreativa a rischio gestibile, come altri sport che si fanno in un ambiente che non perdona la distrazione, dalla montagna alla vela.

Il pericolo principale si chiama blackout ipossico: una perdita di coscienza improvvisa dovuta all’ossigeno che nel cervello scende sotto la soglia minima. Non dà quasi mai preavviso. Ti senti bene, risali, e a pochi metri dalla superficie o subito dopo essere riemerso perdi i sensi. Fuori dall’acqua è come uno svenimento. Dentro, se nessuno ti tiene la testa fuori, è annegamento.

Prima del blackout vero e proprio c’è spesso un segnale intermedio, la samba: tremori, sguardo perso, movimenti scoordinati, una persona che sembra ubriaca per qualche secondo. È il cervello che sta già soffrendo. In alcuni regolamenti di gara la samba viene squalificata esattamente come il blackout, e il motivo è semplice: chi la sottovaluta, la volta dopo rischia di non riemergere.

Perché arriva proprio in risalita lo spieghiamo nell’articolo sulla legge di Dalton e il blackout: salendo, la pressione dell’acqua diminuisce e con lei la pressione parziale dell’ossigeno nei polmoni, cioè la quota di pressione che spetta a quel gas e che decide quanto ossigeno passa nel sangue. Negli ultimi metri crolla di colpo.

Cosa dicono i numeri sugli incidenti in apnea?

I dati più solidi arrivano dalle gare, dove ogni prova è registrata, giudicata e sorvegliata.

Un’analisi delle principali competizioni internazionali AIDA tra il 1998 e il 2004 ha trovato che circa il 10% delle prove veniva squalificato per segni di ipossia, cioè per una carenza di ossigeno visibile all’uscita. Quando il regolamento ha iniziato a distinguere i due casi, nelle gare di apnea statica le vere perdite di coscienza erano l’1,1% e le samba il 9,6%; in quelle di profondità il 6,1% per entrambe. Il dato più importante, però, è un altro: nessun incidente mortale e nessun danno permanente in quelle gare (Lindholm, 2007).

Uno studio più recente ha analizzato quasi 39.000 prove in 988 competizioni dal 2019 al 2023. Le perdite di coscienza erano il 3,3% delle prove e i barotraumi polmonari lo 0,4%. Le discipline più a rischio di blackout erano quelle senza pinne: in piscina il rischio sale di circa una volta e mezza, in profondità raddoppia rispetto alle altre specialità (Allinger et al., 2024). Ha senso: senza pinne si lavora di più con le braccia e le gambe, si consuma più ossigeno e si sta sott’acqua più a lungo per fare la stessa distanza.

Grafico Blue Dome sulle perdite di coscienza in gara: nelle competizioni internazionali 1998-2004 l'1,1% in apnea statica e il 6,1% in profondità, con zero incidenti mortali o danni permanenti; nelle gare 2019-2023, su quasi 39.000 prove, blackout nel 3,3% e barotrauma polmonare nello 0,4%.

Tradotto: in gara il blackout succede, e non di rado. Ma succede in un ambiente dove c’è sempre qualcuno pronto a intervenire in pochi secondi, e quindi resta un episodio da cui ci si riprende. Se vuoi capire quanto si può spingere il corpo prima di arrivare lì, abbiamo messo in fila i tempi reali nell’articolo quanto si può stare in apnea.

Allora chi rischia davvero?

Fuori dalle gare la situazione cambia. Le revisioni scientifiche concordano: la mortalità in apnea si concentra tra apneisti ricreativi poco formati e pescatori subacquei che finiscono vittime dell’ipossia (Lindholm e Lundgren, 2009). Il motivo è semplice: spesso sono soli, oppure il compagno è lontano, impegnato a pescare per conto suo.

I numeri li raccoglie il DAN, il Divers Alert Network, che dal 2004 registra gli incidenti in apnea nel mondo a partire da notizie di stampa, chiamate alla sua linea di emergenza e segnalazioni volontarie. Tra il 2004 e il 2019 ha contato in media 52 morti l’anno, e il DAN stesso avverte che si tratta di una frazione del totale, perché per snorkeling, pesca in apnea e tuffi improvvisati non esiste alcun obbligo di segnalazione. Nel 2019, su 50 casi con attività nota, 31 riguardavano lo snorkeling e 19 l’apnea vera e propria; tra questi ultimi l’attività più frequente era, come ogni anno, la pesca e la raccolta. Le vittime avevano quasi tutte tra i 20 e i 50 anni (DAN, 2021).

Grafico dei decessi in apnea registrati da DAN nel mondo dal 2004 al 2020: tra 25 e 71 l’anno, con il massimo di 71 nel 2012 e valori tra 46 e 62 dal 2013 al 2019.
Total number of breath-hold diving fatalities recorded by DAN worldwide 2004–2019.

Un caso riportato in quel rapporto racconta più di qualsiasi statistica: un pescatore subacqueo esperto, in acqua con gli amici, che non riemerge. Gli amici danno l’allarme solo quando si accorgono della sua assenza. Lo ritrovano dopo un’ora, con la cintura di zavorra ancora addosso, lontano dal fucile e dal mulinello. Era “con” gli amici, ma nessuno lo stava guardando.

Un caso a parte, e spesso sottovalutato, riguarda le piscine. Uno studio classico su 58 perdite di coscienza durante il nuoto subacqueo ha contato 23 morti. Erano quasi tutti ragazzi tra i 16 e i 20 anni, buoni nuotatori, che si sfidavano a chi restava più a lungo sott’acqua dopo aver iperventilato, cioè dopo una serie di respiri rapidi e profondi che abbassano l’anidride carbonica e spengono per un po’ lo stimolo a respirare. Circa l’80% degli incidenti è avvenuto in piscine sorvegliate (Craig, 1976). Il problema non era l’assenza del bagnino, ma che il bagnino non sapeva cosa cercare.

Non è una storia degli anni Settanta. Nel 2011 due giovani in piena salute sono morti in una piscina pubblica di New York dopo aver iperventilato prima di immergersi. L’indagine che ne è seguita ha ritrovato 16 casi simili nello Stato tra il 1988 e il 2011, ha dato un nome a questi comportamenti, che oggi la letteratura chiama “comportamenti pericolosi di apnea sott’acqua”, e ha portato la città a vietarli per regolamento nelle piscine pubbliche (Boyd et al., 2015).

Infografica Blue Dome su chi rischia davvero in apnea: in gara il 3,3% delle 38.789 prove 2019-2023 finisce con un blackout ma la squadra di sicurezza interviene; in mare fuori dalle gare DAN registra in media 52 morti l'anno nel mondo (2004-2019), soprattutto in pesca e raccolta, spesso da soli; in piscina lo studio di Craig del 1976 conta 23 morti su 58 casi, quasi tutti ragazzi tra 16 e 20 anni dopo iperventilazione, l'80% in piscine sorvegliate.

Quali sono gli altri rischi dell’apnea?

Il blackout è il rischio principale, ma non l’unico.

I barotraumi: lesioni a orecchie, seni paranasali o polmoni causate dalla differenza di pressione. Il più comune è all’orecchio, quando non si compensa bene in discesa. Una compensazione fatta male può provocare anche la vertigine alternobarica, un capogiro improvviso dovuto alla pressione diversa nei due orecchi, che in acqua fa perdere l’orientamento e viene considerata tra le possibili cause di incidenti anche in apneisti sani (Lindholm e Lundgren, 2009). Li trovi spiegati nell’articolo sulla legge di Boyle.

La malattia da decompressione: rara in apnea, ma possibile con immersioni profonde ripetute e pause brevi in superficie. Ne parliamo nell’articolo su Henry e il taravana.

Il freddo, che accelera il consumo di ossigeno e la stanchezza, e i rischi dell’ambiente: correnti, barche, reti, lenze.

E i rischi legati alla salute di chi pratica: il riflesso di immersione, il programma con cui il corpo rallenta il cuore e concentra il sangue verso gli organi vitali, mette sotto sforzo il sistema cardiocircolatorio, e chi ha problemi cardiaci è tra le persone più vulnerabili (Lindholm e Lundgren, 2009). Per questo la visita medica prima di iniziare non è una formalità.

Nota di sicurezza. In acqua ci si immerge a turno, uno su e uno giù, e il compagno ti segue dalla discesa e resta con te almeno trenta secondi dopo l’uscita. Prima dell’apnea si respira normalmente, senza iperventilare, e tra un tuffo e l’altro si fanno pause lunghe in superficie. Prima di iniziare servono un corso con istruttori qualificati e una visita medica. Nella pesca subacquea, dove è facile allontanarsi, il compagno è ancora più importante. Questo articolo è informativo: per l’idoneità alla pratica si rimanda al medico.

Come si rende l’apnea sicura?

Con un sistema semplice: uno su, uno giù. Mentre uno si immerge, l’altro resta in superficie e lo segue con lo sguardo. Quando l’apneista risale, il compagno gli va incontro negli ultimi metri, quelli in cui il blackout è più probabile, e lo osserva per almeno trenta secondi dopo l’uscita, finché non ha ripreso a respirare normalmente e fatto il segnale di ok.

Infografica Blue Dome sul sistema uno su, uno giù: il compagno in superficie segue l'apneista dalla discesa fino a 30 secondi dopo l'uscita, con gli ultimi metri della risalita come zona critica. Se perde i sensi: testa fuori dall'acqua, via la maschera, soffiare sul viso e chiamare per nome.

Il compagno deve sapere cosa fare: sostenere la testa fuori dall’acqua, togliere la maschera, soffiare sul viso e chiamare per nome. Nella maggior parte dei casi la persona riprende a respirare da sola entro pochi secondi. Se non succede, si passa alle manovre di rianimazione. Le nuove linee guida europee sul soccorso in acqua le abbiamo raccontate con un soccorritore dei Vigili del Fuoco nell’articolo sul soccorso acquatico secondo l’ERC 2025, e nella puntata del podcast con Davide Gaeta.

Quanto tempo c’è per intervenire?

Poco, ma abbastanza se qualcuno sta guardando. Gli esperimenti di apnea citati da Craig indicano che tra la perdita di coscienza e la morte possono passare non più di due minuti e mezzo (Craig, 1976). Un compagno a due metri interviene in cinque secondi; un amico che pesca cento metri più in là, o un bagnino che non sa cosa cercare, si accorge del problema quando quei minuti sono già passati. È tutta qui la differenza tra i numeri delle gare e quelli del mare aperto.

Un corso serve proprio a imparare questo: non solo a fare apnee più lunghe, ma a essere il compagno giusto per qualcun altro, a riconoscere una samba, a tenere una testa fuori dall’acqua. Nella nostra guida alle discipline trovi da dove cominciare.

L’app di Blue Dome

Quello che hai letto lo ritrovi nei tuoi dati. Con Freediver, il logbook di apnea di Blue Dome, registri per ogni tuffo sonno, pasto, compensazione, contrazioni ed esito della prova (pulita, samba, blackout): rileggendo il diario impari a conoscere le tue reazioni e riconosci gli schemi che precedono un problema. Scopri Freediver.

Questo articolo è una tappa delle guide Come iniziare l’apnea e Sicurezza in apnea: lì trovi tutto il percorso, articolo per articolo.

Domande frequenti

L’apnea è uno sport pericoloso?

È pericolosa se praticata da soli o senza formazione, perché il rischio principale è la perdita di coscienza in acqua. Con un corso, un compagno che ti osserva e niente iperventilazione il rischio diventa gestibile.

Qual è il rischio principale dell’apnea?

Il blackout ipossico: una perdita di coscienza improvvisa per mancanza di ossigeno al cervello, spesso negli ultimi metri della risalita o subito dopo, senza segnali di preavviso.

Quanti incidenti ci sono nelle gare di apnea?

Su quasi 39.000 prove in gara tra il 2019 e il 2023 le perdite di coscienza sono state il 3,3%, gestite dal personale di sicurezza. Nelle gare internazionali analizzate tra il 1998 e il 2004 non si sono registrati incidenti mortali.

Quante persone muoiono facendo apnea?

Il DAN ha registrato in media 52 morti l’anno nel mondo tra il 2004 e il 2019, una frazione del totale perché non esiste un obbligo di segnalazione. La maggior parte riguarda snorkeling, pesca e raccolta in apnea, quasi sempre senza un compagno che osserva.

Perché non bisogna iperventilare prima dell’apnea?

L’iperventilazione abbassa l’anidride carbonica e ritarda il bisogno di respirare senza aggiungere ossigeno: si rischia di perdere i sensi prima che il corpo dia l’allarme. È la causa tipica degli incidenti in piscina.

La pesca in apnea è più pericolosa?

Sì, perché spesso si pratica da soli o con il compagno lontano. Le statistiche sulla mortalità in apnea si concentrano proprio tra pescatori subacquei e apneisti ricreativi poco formati.

Bibliografia e fonti dell’articolo

  • Allinger J, Melikhov O, Lemaître F (2024). Trends in competitive freediving accidents. Diving and Hyperbaric Medicine, 54(4), 301-307. doi.org/10.28920/dhm54.4.301-307
  • Boyd C, Levy A, McProud T, Huang L, Raneses E, Olson C (2015). Fatal and nonfatal drowning outcomes related to dangerous underwater breath-holding behaviors, New York State, 1988-2011. MMWR Morbidity and Mortality Weekly Report, 64(19), 518-521. PubMed 25996093
  • Craig AB Jr (1976). Summary of 58 cases of loss of consciousness during underwater swimming and diving. Medicine and Science in Sports, 8(3), 171-175. pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/979564
  • Divers Alert Network (2021). DAN Annual Diving Report 2021 Edition: a report on 2019 diving fatalities, injuries, and incidents. Sezione 4, Breath-hold diving (Blogg SL, Tillmans F). ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK616850
  • Lindholm P (2007). Loss of motor control and/or loss of consciousness during breath-hold competitions. International Journal of Sports Medicine, 28(4), 295-299. doi.org/10.1055/s-2006-924361
  • Lindholm P, Lundgren CE (2009). The physiology and pathophysiology of human breath-hold diving. Journal of Applied Physiology, 106(1), 284-292. doi.org/10.1152/japplphysiol.90991.2008

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