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L’essere umano possiede una straordinaria capacità di adattamento e nelle strutture del corpo si celano indizi del suo passato evolutivo. L’esostosi del condotto uditivo (EAE – External Auditory Exostosis) ne è un esempio emblematico: una crescita ossea legata alla vita in ambienti acquatici, documentata in molte popolazioni marittime antiche e moderne.
Contenuti dell’articolo:
Cos’è l’esostosi del condotto uditivo?
L’esostosi, detta anche “orecchio del subacqueo” o “surfer’s ear”, è una formazione di protuberanze ossee che si sviluppano lungo le pareti del canale uditivo esterno.

Nel tempo, queste piccole formazioni riducono il diametro del condotto, ostacolando il passaggio dell’aria e favorendo il ristagno d’acqua e la comparsa di infezioni.


La causa principale?
L’esposizione prolungata e ripetuta a temperature fredde associate all’immersione in acqua. Questo effetto è una risposta protettiva del corpo al freddo, per ridurre l’ingresso d’acqua e proteggere il timpano.
I segni di vita acquatica dei popoli preistorici
Perchè questa patologia ci incuriosisce?
Perchè tracce di esostosi del condotto uditivo sono state rinvenute nei resti umani di quasi tutte le civiltà. Queste tracce rivelano un antico legame tra l’uomo e l’acqua.
Nei prossimi paragrafi compiremo un piccolo viaggio nel tempo, tra Neanderthal, Homo erectus e culture neolitiche, per scoprire come l’immersione e la vita acquatica abbiano accompagnato l’evoluzione umana fin dalle origini.
Neanderthal
Recenti studi paleontologici hanno evidenziato che anche tra i Neanderthal erano presenti segni di esostosi del condotto uditivo, la stessa condizione che oggi affligge apneisti, subacquei e pescatori delle popolazioni marittime. Analisi su crani rinvenuti in siti preistorici, come in diverse grotte costiere d’Europa, hanno trovato una frequenza insolitamente elevata di questa crescita ossea rispetto ad altre popolazioni umane antiche.

La presenza di esostosi nei Neanderthal viene interpretata come un indizio di frequente esposizione alle immersioni o a contatti prolungati con acque fredde.
Molti individui, infatti, si immergevano nelle acque marine o dolci per raccogliere molluschi, pesci e altre risorse, proprio come fanno i popoli della pesca in apnea ancora oggi.
Si tratta di una vera e propria “firma paleopatologica”, che dimostra come l’adattamento alla vita acquatica abbia radici profonde nella storia evolutiva umana.
Questa scoperta racconta come attività simili, pur a decine di millenni di distanza, abbiano lasciato tracce comuni tra i “primi apneisti” umani e le tradizioni ancora vive nelle popolazioni moderne di apneisti e raccoglitori subacquei.
Ma la traccia di questa vita acquatica non si ferma qui.
Homo erectus: pionieri dell’immersione nell’Asia antica
Analisi osteologiche condotte sui resti di Homo erectus rinvenuti nella grotta di Zhoukoudian, vicino Pechino, hanno scoperto la presenza di escrescenze ossee compatibili con esostosi nel condotto uditivo. Sebbene siano meno documentate rispetto ai Neanderthal, queste tracce suggeriscono che anche Homo erectus, vissuto tra 1,8 milioni e 300.000 anni fa, si immergesse in acque dolci o salmastre per integrare la dieta, raccogliendo molluschi, pesci e alghe.
Si delinea così una continuità evolutiva nell’uso dell’immersione per la sopravvivenza già nei primi membri del nostro genere.
Neolitico preceramico in Anatolia: villaggi fluviali e pratiche acquatiche
In villaggi neolitici come Çayönü, nell’odierna Turchia (risalenti a più di 10.000 anni fa), studiosi hanno riscontrato una frequenza elevata di esostosi tra i resti maschili analizzati. Questi uomini vivevano lungo fiumi, praticando regolarmente pesca, raccolta di perle e attività “anfibie”. La diagnosi di esostosi tra individui di queste comunità rafforza l’idea che la gestione diretta delle risorse acquatiche fosse centrale nell’economia e nella cultura neolitica, i primi villaggi subacquei della preistoria.
L’esostosi nei popoli precolombiani e nelle culture marittime ancestrali
Gli studi archeologici condotti su resti scheletrici di popolazioni precolombiane, in particolare nella zona costiera del Pacifico, hanno rivelato la presenza di esostosi in diversi individui. Questi reperti evidenziano come queste popolazioni fossero abituate a immergersi regolarmente per attività di pesca, raccolta di molluschi e altre pratiche subacquee, spesso in apnea.

Abbiamo visto come questa patologia sia legata principalmente al contatto prolungato con acqua fredda. Tuttavia, i ritrovamenti panamensi sfidano questa convinzione: diversi individui (principalmente maschi) vissuti tra 2500 e 500 anni fa nelle zone costiere del Golfo di Panama presentavano questa patologia, pur vivendo in un ambiente tropicale.
L’analisi di 125 crani da dieci siti archeologici ha riscontrato esostosi in diversi individui, indicando uno stile di vita strettamente collegato allo sfruttamento delle risorse marine, incluso il diving.

Questo dato rafforza l’ipotesi che la formazione delle esostosi non dipenda solo dalla temperatura dell’acqua, ma soprattutto dalla ripetuta esposizione prolungata all’ambiente acquatico.
Nativi americani delle aree costiere e fluviali
I campioni ossei di nativi delle aree costiere e fluviali del Tennessee e dell’America centrale mostrano segni di esostosi, legati a una vita trascorsa tra la raccolta di molluschi, la pesca fluviale e l’immersione per attività rituali o acquatiche.
Questi segni sui crani antichi raccontano una storia di adattamento umano, dove la padronanza delle tecniche di immersione era fondamentale per la sopravvivenza, il commercio e i riti culturali.
Altre culture marittime
Analogamente, diverse popolazioni marittime tradizionali, come i Sama-Bajau del Sud-Est asiatico, le Ama del Giappone, gli Haenyeo di Jeju in Corea e gli Moken della Thailandia, mostrano una prevalenza significativa di esostosi, a testimonianza della loro lunga storia di immersioni frequenti.
Riepilogando
La presenza di esostosi nei resti umani preistorici, riscontrata anche in altre regioni costiere e persino in popolazioni ominidi di 300.000 anni fa, dimostra che il legame tra l’uomo e l’ambiente acquatico è profondo e antico. Alcuni studiosi ipotizzano che questa tendenza potesse offrire un vantaggio protettivo alle parti più delicate dell’orecchio, rappresentando un vero adattamento evolutivo per le antiche comunità di “divers”. In realtà, la letteratura mette in guardia: l’esposizione a acqua o irritazione cronica è un fattore, ma non è sempre provato che immergersi per raccogliere risorse sia la causa diretta in tutti i casi. Ad esempio, nello studio sugli Neanderthal si diceva che “è un indizio, ma non conclusivo”.
L’esostosi diventa così un ponte tra passato e presente, una testimonianza silenziosa di come la vita umana si sia adattata anche al mondo sommerso.
Questo articolo ci ha permesso di raccontare, onorare e prolungare l’eredità dei popoli che per millenni hanno vissuto il mare, dietro ogni respiro trattenuto.

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Articoli
Riferimenti dell’articolo
- Smithsonian Magazine – “Were Neanderthals Getting Surfer’s Ear From Diving for Shellfish?”
- PLOS ONE – “Use of marine resources at Grotta dei Moscerini (Latium, Italy)”
Sci-News – “Neanderthals and Ancient Humans Suffered from Surfer’s Ear”
Discover Magazine – “Neanderthal’s Got ‘Surfer’s Ear’ A Lot, Study Says” - External auditory exostoses in the Xuchang and Xujiayao archaic human fossils (Middle Pleistocene, China) Erik Trinkaus et al.
- ScienceDirect – “Auditory exostoses among the prepottery neolithic”, of Çayönü and Aşıklı, Anatolia
“External auditory exostoses and early Neolithic aquatic activities of Cyprus” KO Lorentz - Katayama K. (1998) “Auditory Exostoses among Ancient Human Populations in Japan and Korea.”
Japanese Journal of Otology.













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