Chemocettori

Definizione

I chemocettori sono i sensori che misurano anidride carbonica, ossigeno e acidità del sangue e regolano il bisogno di respirare.

Cosa c’è da sapere

Ce ne sono di due tipi. I chemocettori centrali, nel tronco encefalico, reagiscono soprattutto all’aumento di CO₂ e all’acidità che ne deriva. Quelli periferici, nei glomi carotidei e aortici, reagiscono anche al calo dell’ossigeno.

I centrali, nel bulbo, non misurano la CO₂ in modo diretto. Ascoltano l’acidità del liquido cerebrospinale, il liquido in cui galleggia il cervello: la CO₂ attraversa la barriera che protegge il cervello, incontra l’acqua e la acidifica. Da soli valgono circa il 70-80% della risposta del respiro all’aumento di CO₂. I glomi carotidei, due granelli grandi come un chicco di riso dove la carotide si divide, sono invece gli unici sensori dell’ossigeno che abbiamo.

In apnea l’allarme principale arriva dai centrali, ed è per questo che la fame d’aria dipende soprattutto dalla CO₂. Il segnale dell’ossigeno basso è più debole e più tardivo (i glomi restano quasi silenziosi finché la pressione parziale di ossigeno non scende sotto circa 60 mmHg), e quando arriva può essere già troppo tardi: è il meccanismo che rende il blackout così insidioso.

L’allenamento modifica la sensibilità di questi sensori, o meglio la nostra risposta ai loro segnali: è la base della tolleranza alla CO₂.

In pratica

Li senti lavorare in ogni apnea. Prima niente, poi un fastidio, poi un pensiero che cresce fino a occupare tutto, poi le contrazioni. Quella sequenza è la voce dei chemocettori centrali. Non sono però gli unici a parlare. Una pinneggiata intensa fa chiedere aria prima del previsto, perché i sensori nei muscoli segnalano i prodotti del lavoro anaerobico; ansia e paura accelerano il respiro prima ancora che un gas sia cambiato. Ecco perché due apnee identiche sulla carta possono sembrare una serena e l’altra insostenibile.

Errori comuni

Il più pericoloso è leggere la fame d’aria come un indicatore dell’ossigeno. Non lo è: è un allarme tarato sul fumo, non sulle fiamme. Chi iperventila abbassa la CO₂ e manomette proprio quel segnale, mentre l’ossigeno continua a calare.

Il secondo è credere che l’apneista esperto sia più protetto. Succede il contrario. L’allenamento rende la fame d’aria più discreta, ma il sensore dell’ossigeno continua a suonare tardi: chi ha imparato ad abbassare il volume dell’allarme ha meno preavviso, non di più.

Nota di sicurezza. Non iperventilare mai per zittire i chemocettori e non andare mai in acqua da solo: uno su, uno giù, con un compagno formato.

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Termini collegati

Fame d’aria · Ipercapnia · Ipossia · Blackout · Iperventilazione

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