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Quando leggiamo di operazioni della Guardia Costiera e di tonnellate di prodotti ittici sequestrati, spesso ci fermiamo al titolo di cronaca. Ma dietro questi numeri c’è una realtà sommersa che merita di essere esplorata per capire davvero come il cibo arriva sulle nostre tavole e a quale costo per l’ecosistema. Prendiamo spunto da un recente approfondimento di Bianca Boldrini per la LAV, che ha analizzato un’operazione di controllo svolta in Sardegna lo scorso Ottobre 2025.
Trovi l’articolo qui: Pesca a strascico: l’inferno per le creature marine
Oltre le sanzioni per pesca illegale durante il fermo biologico, l’articolo pone l’accento su un dettaglio linguistico che apre una riflessione più ampia: si parla spesso di “tonnellate di prodotto”, dimenticando che quel peso corrisponde a un numero incalcolabile di singoli individui e specie diverse. È il punto di partenza ideale per chiederci: cos’è esattamente la pesca a strascico e perché se ne parla così tanto in termini di impatto ambientale?
Contenuti dell’articolo
Cos’è lo strascico

La pesca a strascico è una delle tecniche più diffuse e discusse al mondo. Il principio è semplice: una grande rete a sacco, appesantita da catene e piombi e aperta da grandi tavole metalliche o di legno (i divergenti), viene trainata da una o due imbarcazioni lungo il fondale.
Cosa cattura: specie demersali — sogliole, scampi, gamberi, merluzzi — che vivono in stretta prossimità del fondale.
Il problema principale: per stanare queste specie, la rete “ara” letteralmente il fondale, danneggiando habitat complessi e fragili.
Comunità bentoniche
Gli organismi che vivono sul fondo marino o al suo interno — spugne, coralli, molluschi, crostacei e microrganismi — costituiscono le comunità bentoniche. Queste strutture supportano biodiversità, stabilizzano sedimenti e filtrano nutrienti, ma si rigenerano lentamente. Ogni passaggio di una rete da strascico può comprometterle per anni o decenni.
Il meccanismo del danno
La pesca a strascico non si limita a rimuovere pesce dal mare. In generale il suo utilizzo indiscriminato può modificare profondamente l’ambiente in cui vivono le specie marine. I suoi effetti principali possono riguardare tre ambiti principlai: alterazione del fondale, bycatch e rilascio di carbonio. E’ per questo che la sua regolmentazione è fondamentale per ridurre al minimo gli impatti ambientali. Ad oggi la legislazione è stringente sulle zone di sfruttamento e sulle procedure di impiego. Ma andiamo ad analizzare gli impatti generali in caso di utilizzo indiscriminato di questa tecnica di pesca.
Alterazione del fondale
Le reti da strascico non sfiorano il fondo: lo arano letteralmente, smuovendo sedimenti e distruggendo strutture delicate. Gli habitat che possono essere più colpiti includono:
- praterie di Posidonia oceanica, essenziali come nursery;
- aggregati di coralli profondi e spugne;
- letti di sabbia o ghiaia ricchi di invertebrati.
Conseguenze possibili: perdita di rifugi e aree di accrescimento, riduzione della resilienza dell’ecosistema e semplificazione delle catene alimentari.

Il problema del bycatch (cattura accidentale)
Le reti catturano tutto ciò che incontrano, spesso specie non bersaglio:
- giovanili che non hanno ancora riprodotto;
- specie non commerciali o sotto misura. Sebbene l’UE abbia introdotto l’Obbligo di Sbarco (Landing Obligation) per vietare i rigetti, la norma è complessa e spesso difficile da applicare; di fatto, moltissimi organismi vengono ancora rigettati in mare senza possibilità di sopravvivenza;
- specie vulnerabili o protette, come tartarughe, razze e squali.
L’effetto combinato è la perdita di capitale riproduttivo, fondamentale per il futuro delle popolazioni ittiche.
Rilascio di carbonio dai sedimenti
Gli oceani sono tra i più grandi serbatoi naturali di carbonio sul pianeta. Una parte importante di questo carbonio è intrappolata nei sedimenti del fondale. Lo strascico, rimettendo continuamente in sospensione questi sedimenti, può rilasciare carbonio nell’acqua e alterare la capacità del mare di funzionare come “spugna” per la CO₂ atmosferica.
È un impatto meno visibile, ma cruciale: significa che l’attività di pesca può interferire anche con i processi climatici globali, amplificando i cambiamenti già in corso.
L’eredità ecologica: conseguenze a lungo termine
Gli effetti combinati dello strascico — distruzione degli habitat, cattura indiscriminata e rilascio di carbonio — non restano confinati alla zona di pesca. Si possono propagare lungo l’intero sistema marino e, in parte, anche oltre.
Ecosistemi impoveriti e meno resilienti
Abbiamo visto precedentemente quali sono gli impatti ambientali di una pesca a strascico non regolamentata e nel prossimo paragrafo andiamo a vedere quali sono i danni che si possono sviluppare nel tempo:
- le praterie di Posidonia crescono pochi centimetri l’anno, quindi un singolo passaggio di rete può cancellare generazioni di crescita;
- la perdita di rifugi e nursery riduce popolazioni e diversità genetica;
- le catene alimentari diventano più semplici, riducendo la capacità dell’ecosistema di resistere a stress come malattie o cambiamenti climatici.
Un mare impoverito è meno produttivo, meno stabile e meno capace di fornire servizi essenziali come filtrazione, sequestro di carbonio e sostegno alle comunità dei pesci e altri organismi costieri.
Collasso degli stock e spirale della sovrapesca
Il bycatch di giovani e specie non bersaglio accelera il depauperamento degli stock. La risposta storica della pesca industriale è spesso controintuitiva: aumentare lo sforzo per mantenere i volumi.
Effetto domino:
- meno pesce → più giorni in mare → più strascico → ulteriore riduzione degli stock → ciclo che si autoalimenta.
Molti collassi mediterranei e atlantici seguono questo schema.
Effetti sul clima e sugli scambi biogeochimici
Lo strascico influisce anche sui processi climatici:
- aumenta la torbidità dell’acqua, riducendo luce e fotosintesi per Posidonia e fitoplancton;
- rimette in circolazione nutrienti e carbonio intrappolato nei sedimenti;
- contribuisce a emissioni di CO₂ comparabili a quelle di settori industriali ad alta emissione.
Impatti socioeconomici
Parlare di pesca a strascico significa parlare anche di economia, lavoro e identità culturale. Questo aspetto è spesso trascurato nel dibattito pubblico, ma è cruciale: nessuna transizione verso la sostenibilità può funzionare se non considera le comunità che vivono di mare. Ed è proprio qui che intervengo le leggi, in modo da regolare l’utilizzo della pesca a strascico per un suo sfruttamento sostenibile. Volendo analizzare più in dettaglio lo sfruttamento della pesca legata alle quantità entriamo più nel dettaglio delle logiche consumistiche.
Pressione economica e dipendenza dal volume
La pesca a strascico è costosa: richiede imbarcazioni robuste, consumi elevati di carburante e attrezzature specifiche. Per essere profittevoli, molte flotte devono mantenere volumi di cattura molto alti.
Questa dipendenza strutturale dal “pescare tanto” crea un circolo vizioso:
- gli stock diminuiscono,
- i prezzi non compensano la riduzione del pesce,
- le marinerie devono restare più a lungo in mare,
- l’impatto sul fondale cresce,
- le risorse si riducono ulteriormente.
È un modello che, se non ripensato, si auto-consuma.
Conflitto con le piccole marinerie
Per le comunità costiere che praticano pesca artigianale — reti da posta, palangari, nasse, circuizione leggera — lo strascico rappresenta spesso un concorrente ingombrante.
Le flotte industriali:
- possono operare per molte ore consecutive,
- raggiungono aree molto vaste,
- alterano ambienti che alimentano anche la pesca artigianale.
Il risultato è un conflitto latente tra chi pratica pesca sostenibile con attrezzi selettivi e chi, pur rispettando la legge, esercita un’attività molto più impattante. In molte zone del Mediterraneo questo squilibrio ha già portato al declino di intere marinerie tradizionali.
Costi nascosti per la collettività
Gli impatti dello strascico non ricadono solo su chi pesca: li paga l’intera società. Dal punto di vista nutrizionale, la pesca a strascico fornisce solo il 2% delle proteine animali consumate in Europa: un contributo marginale rispetto all’impatto ambientale (The Lancet Planetary Health, 2025).
I costi indiretti includono:
- perdita di biodiversità e di servizi ecosistemici,
- riduzione della capacità del mare di assorbire carbonio,
- spese per ripristini ambientali,
- danni al turismo legato alla qualità del mare e alla fauna.
In pratica, parte del “vero costo” del pescato a strascico non è nel prezzo al banco, ma distribuito sulla collettività sotto forma di impatti ambientali e climatici.
Il nodo identitario e culturale
La pesca non è solo un’attività economica: è un patrimonio culturale radicato in molte comunità mediterranee.
La sfida non è “contro” i pescatori, ma riguarda come accompagnare la transizione verso metodi meno distruttivi senza lasciare indietro chi vive di mare.
Uno sguardo al futuro

L’Unione Europea, attraverso la “Strategia per la Biodiversità 2030”, ha posto l’obiettivo di proteggere giuridicamente il 30% dei mari europei e di limitare l’uso degli attrezzi da pesca più impattanti nelle aree sensibili. La sfida attuale è trovare un equilibrio: da un lato la tutela necessaria di una biodiversità che è patrimonio comune (e polmone del pianeta), dall’altro la gestione di un settore economico tradizionale che necessita di evolversi verso pratiche più sostenibili e selettive.
Tentativi di mitigazione
Ridurre l’impatto dello strascico non significa soltanto imporre divieti: significa sperimentare strumenti, tecnologie e strategie che permettano di proteggere gli ecosistemi senza ignorare la realtà socioeconomica delle marinerie. Negli ultimi anni, accanto alla normativa, stanno emergendo approcci innovativi e soluzioni concrete.
Aree vietate e regolamentazione tecnica
La prima forma di mitigazione è la più intuitiva: limitare dove e come si può pescare.
Le norme europee e nazionali — dal divieto entro 3 miglia o 50 metri di profondità ai limiti sulle dimensioni delle maglie — mirano a ridurre l’impatto nelle zone più sensibili, come nursery, praterie di Posidonia e habitat vulnerabili.
Queste misure non eliminano l’impatto, ma lo confinano lontano dalle aree più delicate, permettendo ai fondali di rigenerarsi.
Dissuasori fisici: creare barriere protette
Negli ultimi anni si sta affermando una soluzione tanto semplice quanto efficace: rendere fisicamente impossibile lo strascico in certe zone.
Blocchi di cemento, barriere artificiali e persino sculture — come nel progetto della Casa dei Pesci in Maremma — vengono posizionati sul fondo per impedire alle reti di scorrere senza impigliarsi.
Questi dissuasori:
- proteggono i fondali da ogni passaggio illegale,
- creano microhabitat per pesci e invertebrati,
- favoriscono la ricostituzione delle comunità bentoniche.
Sono interventi molto spesso simbolici, ma anche estremamente pratici: rendono la legge non solo scritta, ma materiale. Un esempio emblematico è la Casa dei Pesci di Talamone, nata dalla battaglia del pescatore Paolo Fanciulli, che utilizza blocchi di marmo scolpiti per fermare lo strascico illegale e proteggere la Posidonia.
Tecnologie più selettive
Alcune flotte stanno sperimentando reti e dispositivi che riducono il bycatch:
- griglie di esclusione per tartarughe e squali,
- reti con maglie differenziate,
- sensori e sistemi di monitoraggio che permettono di pescare solo nelle zone con densità elevate di specie bersaglio.
Questi strumenti non eliminano il problema, ma ne riducono la scala, permettendo un prelievo più selettivo
Cosa succederà?
Immaginare un futuro senza strascico non significa romanticizzare il mare: significa restituirgli la possibilità di funzionare. Il dibattito pubblico, spesso, si polarizza tra chi lo difende come tradizione e chi lo condanna come pratica distruttiva. La realtà è più netta: lo strascico moderno non è una tecnica antica, ma una tecnologia industriale nata per estrarre quanto più possibile, nel minor tempo possibile, da ecosistemi che si rigenerano molto lentamente.
La transizione non sarebbe semplice: richiede investimenti, alternative occupazionali, riconversione tecnologica e soprattutto una visione condivisa tra scienza, politica e comunità costiere. Ma ogni grande cambiamento inizia da una scelta culturale: capire che il valore del mare non sta in ciò che estraiamo oggi, ma in ciò che potrà continuare a darci domani.
Approfondimenti
- Articolo su LAV, di Bianca Boldrini: Pesca a strascico: l’inferno per le creature marine
- Articolo su Tartamare, di Impronta animale: Archelon – Strumenti Da Pesca: Le Reti A Strascico
- Articolo su Imperialecowatch, di Claudio Manao: Clima: perché la pesca a strascico fa più danni dell’aviazione globale
- Articolo su Lifegate, di Lucrezia Lozza: Perché la pesca a strascico causa emissioni di CO2 come il trasporto aereo
- Articolo di repubblica, di Riccardo Staglianò: Strascicando su e giù per Mazara
- La casa dei pesci: Paolo il pescatore
Bibliografia
- Impatto sul fondale
- Collie, J. S., Hall, S. J., Kaiser, M. J., & Poiner, I. R. (2000). A quantitative analysis of fishing impacts on shelf‐sea benthos. Journal of Animal Ecology, 69(5), 785–798.
- De Biasi, A. M., et al. (2000). The impact of trawl fishing on the sea bottoms. EU Project Report, ICRAM.
- FAO. (2019). Trawling impacts on seagrass beds and Posidonia oceanica. In: FAO Studies and Reviews on Seagrass Impacts.
- Hiddink, J. G., Jennings, S., Sciberras, M., Szostek, C. L., et al. (2017). Global analysis of depletion and recovery of seabed biota after bottom trawling disturbance. Proceedings of the National Academy of Sciences, 114(31), 8301–8306.
- Bycatch, specie protette, vulnerabilità
- Lucchetti, A., Puntoni, M., Petetta, A., et al. (2019). Reducing sea turtle bycatch in the Mediterranean mixed demersal fisheries. Frontiers in Marine Science, 6, 387.
- Vasapollo, C., et al. (2019). Bottom trawl catch comparison in the Mediterranean Sea: testing a flexible Turtle Excluder Device. Fisheries Research.
- Veli, D. L., et al. (2024). Assessing the vulnerability of sensitive species in Mediterranean bottom trawl fisheries. Frontiers in Marine Science.
- Sintesi impatti e costi, collasso stock, socioeconomia
- MedReact. (2022). A new report exposes the hidden costs of trawling in the Mediterranean Sea.
- The Lancet Planetary Health. (2025). The true cost of bottom trawling in Europe.
- Rilascio di carbonio, impatto climatico
Normativa
- Regolamento CE n. 1967/2006: Norme dell’Unione Europea sulla pesca marittima nel Mediterraneo; vieta lo strascico entro 3 miglia/50m di profondità e stabilisce dettagli tecnici come la misura minima delle maglie.
- D.lgs. n. 4/2012: Principale fonte normativa penale per la pesca; abroga e sostituisce molte regole precedenti e introduce controlli, sanzioni e autorizzazioni.
- D.P.R. n. 1639/1968: Disciplina generale della pesca marittima, fissa il divieto della pesca a strascico entro 3 miglia dalla costa o in acque con profondità inferiore a 50 m, salvo deroghe specifiche.
- L. n. 394/1991: Legge sulle aree protette; in queste zone la pesca a strascico può essere totalmente vietata.
- Codice della Navigazione (R.D. n. 327/1942): In particolare gli articoli 1165 e seguenti sulla pesca abusiva.



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